Paolo Dalla Stella. Orgogliosamente longaronese

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Mi chiamo Paolo Dalla Stella, ho 41 anni e sono di Longarone, dove la mia famiglia risiede ancora. Ho studiato Sviluppo e Cooperazione Internazionale (Laurea Triennale e Laurea Magistrale) all’Università di Bologna. Da qualche mese vivo ad Apia, la capitale di Samoa. Sono il Deputy Resident Representative (che si potrebbe tradurre come Vice Direttore) dell’ufficio del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) per Samoa, le Isole Cook, Niue e Tokelau.

Puoi raccontarci il percorso che ti ha portato da Longarone a ricoprire il ruolo di Deputy Resident Representative presso l’UNDP? Quali sono stati i passaggi più significativi della tua carriera? Dopo aver frequentato il liceo classico (Lollino) a Belluno, mi sono iscritto all’Università di Bologna, dove ho conseguito prima la laurea triennale e poi quella magistrale in Sviluppo e Cooperazione Internazionale. È stata un’esperienza formativa molto interessante, che non insegna un mestiere vero e proprio, ma apre la mente e ti permette di analizzare complesse questioni relative allo sviluppo con una visione a 360 gradi.
Durante l’ultimo anno di università, ho ottenuto una borsa di studio per svolgere la tesi all’estero, e così mi sono ritrovato a trascorrere quasi tre mesi in Botswana, nella bellissima ma remota area del delta dell’Okavango. La mia ricerca riguardava la gestione delle risorse naturali da parte delle comunità locali. È stata un’esperienza piuttosto difficile (per la prima volta lontano da casa per un lungo periodo, vivendo in tenda, ho avuto la malaria, ecc.), ma che allo stesso tempo ha avuto un impatto fondamentale sulla mia crescita personale, ancor prima che professionale. Diciamo che mi ha temprato e, per certi versi, aperto al mondo.
Dopo la laurea, ho ottenuto un tirocinio di tre mesi nella Rappresentanza d’Italia presso l’ONU a New York, dove assistevo il Primo Consigliere responsabile per le questioni relative allo sviluppo. Ho avuto la fortuna di partecipare a riunioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e di relazionarmi per la prima volta con ragazzi e persone da tutto il mondo. Da lì, la ricerca di un lavoro è iniziata e, sapendo che da Longarone non sarebbe stato facile trovare un’occupazione nell’ambito della cooperazione internazionale, ho vissuto per qualche mese a Roma, dove ho svolto un altro tirocinio presso il Dipartimento Internazionale di Legambiente.
La prima vera occasione di lavoro (anche retribuito) è arrivata all’inizio del 2010, quando sono stato selezionato come “Volontario delle Nazioni Unite” (UNV) per lavorare con l’UNDP in Ghana, nel dipartimento che si occupa di ambiente, energia e cambiamento climatico. Da quel momento sono passati ormai quindici anni che lavoro con l’UNDP.
In Ghana sono rimasto undici anni. Dopo tre anni da Volontario, nel 2013 ho ottenuto il mio primo incarico da funzionario ONU e nel 2016 sono stato promosso a capo del dipartimento ambiente, energia e cambiamento climatico, ruolo che ho ricoperto per cinque anni. In sintesi, ero responsabile di tutta la programmazione di UNDP in Ghana su questi temi.
Nonostante mi trovassi molto bene in Ghana, nel 2021 era giunto il momento di iniziare una nuova avventura. Mi sono trasferito in Cambogia e per quasi tre anni ho ricoperto il ruolo di specialista per le politiche ambientali, sempre per l’UNDP.
Nel 2024, infine, mi è stata offerta l’opportunità di essere promosso a Deputy Resident Representative dell’UNDP a Samoa, dove vivo da agosto. È stato un bel salto, perché ora non mi occupo solo di ambiente e cambiamento climatico, ma gestisco tutto l’ufficio, sia la parte programmatica che quella operativa e amministrativa.

Come descriveresti la tua esperienza di vita e lavoro a Samoa, ad Apia? Quali sono le principali sfide e soddisfazioni di vivere e lavorare in un contesto così unico? Vivere a Samoa è un’esperienza davvero unica. È un paese bellissimo, con una natura spettacolare e tradizioni radicate, ancora molto sentite e vissute. La cultura samoana (e, più in generale, quella polinesiana) è affascinante. D’altro canto, è un Paese insulare remoto, con alcuni limiti logistici, e una realtà relativamente piccola (la popolazione è di circa 200.000 abitanti), che a volte può sembrare un po’ stretta per un espatriato abituato a vivere in grandi città come Accra o Phnom Penh. Tuttavia, nonostante alcune difficoltà, mi sento molto fortunato. E quando mi manca casa, vado all’unico ristorante italiano di Apia che, pensa un po’, è di proprietà di un signore di Vittorio Veneto, che tanti anni fa si innamorò di una ragazza samoana.

Di cosa si occupa UNDP a Samoa? È importante sottolineare che Samoa è un Paese a reddito medio, con condizioni di sviluppo migliori rispetto a molti altri paesi nel mondo. Lo stesso vale per gli altri Paesi del Pacifico di cui ci occupiamo. Allo stesso tempo, questi paesi affrontano sfide particolari, come il cambiamento climatico, con alcune isole destinate a scomparire a causa dell’innalzamento del mare, un’economia poco diversificata, un mercato piccolo e scarsamente connesso al resto della regione, e una massiccia emigrazione della forza lavoro, specialmente verso la Nuova Zelanda e l’Australia (ci sono più Samoani all’estero che a Samoa).
In questo contesto l’UNDP, che è l’agenzia dell’ONU con la presenza più importante nella regione, si occupa di diversi temi. Da una parte, progetti legati alla sostenibilità, come la protezione della biodiversità, la gestione dei rifiuti, la promozione di fonti di energia rinnovabili, la mobilità elettrica, e l’adattamento al cambiamento climatico e la riduzione del rischio di disastri naturali. Dall’altra, progetti legati allo sviluppo economico, come la definizione di politiche per la blue economy, l’accesso a fonti di finanziamento innovative per il settore pubblico e privato, la digitalizzazione, e anche progetti locali, come il supporto alle piccole imprese femminili. Inoltre, ci occupiamo di governance e diritti, con progetti relativi alla riduzione della corruzione, la violenza di genere, l’accesso all’assistenza legale per i segmenti più vulnerabili della popolazione, e il rafforzamento dell’efficienza e dell’efficacia delle istituzioni pubbliche.

Essendo emigrato all’estero nel 2010, quali sono stati gli aspetti più complessi dell’adattarsi a una cultura e a un ambiente così diversi da quelli di Longarone? In Ghana, Cambogia e Samoa si vive piuttosto agevolmente, quindi non ho avuto grossi problemi ad adattarmi all’ambiente locale. La parte che richiede più impegno è la comprensione della storia e della cultura locale, dei diversi modi di comunicare e, in ambito professionale, dei diversi approcci al lavoro. In ognuno di questi Paesi ho cercato sempre di rimanere me stesso, adattando però alcuni miei comportamenti e modi di comunicare in base alle circostanze locali. E in tutto questo è stato fondamentale non starmene sempre e solo con altri espatriati (che comunque resta importante), ma anche fare amicizia con la gente del posto, interessarmi a ciò che accade attorno a me e partecipare ad attività locali. Ogni cultura ha tanto da insegnare e, personalmente, mi sento sinceramente molto arricchito.

In che modo le tue radici italiane e bellunesi influenzano il tuo approccio professionale e personale nel tuo lavoro internazionale? Più che le radici italiane e bellunesi, credo che siano le mie origini longaronesi a definire in qualche modo il mio percorso. Provengo da una famiglia di superstiti del disastro del Vajont. Sono cresciuto ascoltando i racconti di mia nonna su quello che accadde quella notte e partecipando regolarmente agli eventi legati alla memoria. Durante le vacanze negli anni universitari, facevo l’informatore della memoria nei luoghi del disastro. Sono convinto che avere davanti ai miei occhi un esempio lampante di sviluppo e gestione delle risorse naturali errato abbia influenzato le mie scelte di studio e, successivamente, quelle professionali. Non è un caso che entrambe le mie tesi di laurea fossero incentrate sulle risorse naturali, come l’acqua, e che poi, con l’UNDP, mi sia occupato di ambiente per quattordici anni.

Quale consiglio daresti ai giovani che sognano una carriera in ambito internazionale, come la tua, partendo magari da piccoli comuni come il tuo luogo di origine? Certamente non esiste una “ricetta speciale” e ogni percorso è unico. La determinazione e la curiosità sono stati i miei ingredienti principali. Il mio consiglio sarebbe di non limitarsi mai, anche se si proviene da un piccolo paese. Ci sono molte opportunità nel mondo internazionale, ma per coglierle bisogna prepararsi con studi solidi, essere pronti a viaggiare e a mettersi alla prova, e soprattutto avere una mente aperta. Consiglio ai giovani di viaggiare e di fare esperienze di studio, volontariato o lavoro all’estero, preferibilmente in contesti molto diversi da quello italiano. Inoltre, è fondamentale non dimenticare mai le proprie radici: sono un valore che ci accompagna e ci distingue, anche quando si lavora a livello globale.