Chiara Pradel

14.11.2018   |   pubblicato da Marco Crepaz

Chiara Pradel

Mi chiamo Chiara Pradel, ho 37 anni, sono nata a Feltre e ho vissuto a Belluno fino ai 17 anni. La mia infanzia è trascorsa nel Bellunese, così come i successivi anni delle scuole, dalle elementari alle scuole superiori, in particolare ricordo sempre il “mio” Liceo Tiziano.Vivo da diversi anni a Paradiso, Ticino (Svizzera). A Lugano nel 2015, in un ospedale che non si affaccia sulle Dolomiti, ma sul Monte Brè e sul Lago Ceresio, è nata mia figlia Olga.Sono un architetto paesaggista e sono sposata con un architetto, Michele, che è nato a Bari, ma che ho conosciuto durante gli studi universitari a Venezia: la geografia affettiva della nostra famiglia si compone di luoghi diversi ed è in continua evoluzione: Olga chiama “casa” diversi posti in Svizzera e in Italia, tra i quali proprio Belluno e questo mi fa molto piacere.

 

Perché hai deciso di trasferirti in Svizzera?

Ho studiato Architettura allo IUAV di Venezia e in seguito alla laurea i miei genitori, Angelo e Carla, mi hanno fatto un bellissimo regalo: hanno lasciato che io scegliessi come investire i due anni successivi, aiutandomi economicamente. Ho scelto di approfondire lo studio del progetto d’architettura e del paesaggio in Svizzera. A 25 anni mi sono trasferita in Ticino e ho iniziato ad alternare alle lezioni in Accademia il lavoro nell’ufficio del professore universitario che più mi aveva ispirato, e sorpreso, durante l’università per la poetica del suo modo di progettare, riconosciuto a livello internazionale. Da allora, ovvero da più di dodici anni, vivo in Svizzera e mi occupo di architettura del paesaggio, collaborando sempre con il mio “maestro” e continuando a portare avanti la mia ricerca anche grazie a un dottorato di ricerca al Politecnico di Milano.

 

Quali sono le differenze principali con Belluno nel vivere e lavorare in Svizzera?

Non so rispondere in modo generale a questa domanda, posso esprimermi considerando la mia personale esperienza, legata all’ambito lavorativo.Il lavoro che ho scelto non sempre è riconosciuto in Italia, perché ancora è difficile che i privati, o anche gli enti pubblici, investano nella ricerca e nel progetto degli spazi aperti, come piazze, strade, giardini, parchi, masterplan di territori ecc., incaricando un architetto del paesaggio, se non occasionalmente e attraverso procedure spesso molto burocratiche. Invece io credo molto nel valore del paesaggio come bene collettivo e nella necessità di prendersene cura da un punto di vista estetico, etico, funzionale, quindi attraverso un progetto degli spazi aperti non solo tecnico, ma anche culturale. Da questo punto di vista la Svizzera mi ha consentito di crescere, grazie alla qualità del lavoro e alla dimensione internazionale della ricerca progettuale che qui ho potuto sperimentare; oltre che consentendomi una fondamentale autonomia di scelta legata all’indipendenza economica. La stessa autonomia che ho cercato emigrando poco più che ventenne, a volte è stata difficile da sopportare, perché ho provato, come tutti gli emigranti credo, momenti di solitudine e la paura di non riuscire ad inserirmi in una nuova realtà o di essere considerata una cittadina di serie “B”. Per questo provo molta empatia per le persone di tutte le età che, spinte da ragioni diverse, decidono di “varcare i confini” alla ricerca di nuove possibilità.

 

Un giorno ti piacerebbe rientrare a Belluno o comunque in Italia?

In realtà posso guidare cinque ore e trovarmi di nuovo a casa dei miei genitori e di mio fratello Lorenzo, a Belluno, quindi mi sento un'emigrata privilegiata, soprattutto nel contesto di emigrazione contemporanea. Non escludo di tornare in Italia, dove in realtà sono comunque di frequente impegnata al Politecnico di Milano, ma neppure di spostarmi ancora in un altro Paese, questa volta con la mia famiglia. Recentemente per studio, ad esempio, sono stata in Australia, e questo viaggio ha cambiato la mia percezione delle distanze fisiche e culturali tra i Paesi del mondo, facendomi sentire questi luoghi non più così lontani e ricchi di nuove cose da imparare.

 

Cosa ti manca di Belluno? 

 

A Belluno ho lasciato gli affetti, i genitori, mio fratello, gli amici, ai quali, vivendo all’estero, spesso per motivi pratici non riesco ad essere vicina quanto vorrei. Quando torno a Sois inoltre mi sento tuttora protetta da una “rete sociale” che ha grandi qualità ed enorme valore: una rete di persone eccezionali, difficile per me da trovare ad esempio a Lugano.  Direi che ciò che più mi manca di Belluno, quindi, sono i Bellunesi, oltre al paesaggio unico che accompagna le giornate e le stagioni. La luce della mattina sulle montagne, l’andamento libero e ampio del letto del Piave e il legame fortissimo del fiume con la città, il verde rigoglioso che si incontra ai lati delle strade in estate, appena si esce dal centro storico o i colori dei carpini in autunno: sono tutte caratteristiche “esterne” di Belluno che nel tempo con la nostalgia mi accorgo di aver interiorizzato, come se fossero diventate una parte della mia identità e del mio carattere, tanto che per definirmi sia qui in Svizzera che all’estero spesso dico che sono “Bellunese” o “Dolomitica”. 

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